Quante e quali tasse pagano le aziende in Italia

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“Quali tasse, ma soprattutto quante ne deve pagare un’azienda italiana?”

Una domanda che è meglio non rivolgere ad un imprenditore, visto il livello d’imposizione fiscale tra i più alti e soffocanti al mondo a cui deve sottostare .

IVA, IRPEF, addizionale IRPEF, IRI, IRES e IRAP sono i principali tributi responsabili della maggior parte del prelievo fiscale. Non rappresentano però le uniche tasse che un’impresa versa nelle voraci casse dell’erario.

A cifre già considerevoli si devono aggiungere i contributi INPS per eventuali dipendenti, IMU, diritto annuale alla CCIAA e altre tasse minori (pubblicità, rifiuti, ecc). Conoscere esattamente tutti i tributi e le relative imposizioni, è un aspetto fondamentale soprattutto per chi decide di iniziare a fare impresa e desidera avere una chiara idea di ciò che lo attenderà.

Indice:

 

Tutte le tasse che deve versare un’azienda italiana

L’elenco delle imposte è purtroppo lungo, nonostante l’ultima politica fiscale del Governo si stia impegnando nel tentativo di semplificare il sistema tributario cercando un modo per aiutare il contribuente nel pagamento delle imposte e nel contempo di ridurre la pressione fiscale. Vediamo nel dettaglio quali sono i contributi che un’azienda deve versare.

L’IRPEF rappresenta forse l’acronimo più conosciuto dagli italiani o comunque dai contribuenti. L’imposta sul reddito delle persone fisiche è una tassa diretta di tipo personale e progressivo. Ogni imprenditore alla fine di ogni anno fiscale deve presentare la dichiarazione dei redditi in cui inserire quelli derivanti dall’impresa e quelli da fonti diverse. L’aliquota applicata è progressiva ed aumenta in base alla cifra dichiarata, suddividendo tutti i contribuenti in 6 scaglioni. L’aliquota va da un minimo del 23% per i redditi fino a 15mila euro, per arrivare al 43% per quelli oltre i 75mila euro.

Se già non bastasse, all’imposta sul reddito delle persone fisiche, c’è da aggiungere anche l’addizionale IRPEF: introdotta dal decreto legislativo n.446 del dicembre 1997 è una tassa dovuta alla Regione in cui il lavoratore dipendente risiede. Viene calcolata sulla base imponibile e le aliquote variano da regione a regione secondo i soliti scaglioni. L’addizionale viene pagata direttamente dall’azienda operando in qualità di sostituto d’imposta.

L’IRI è una novità introdotta con l’ultima legge di bilancio e ancora non entrata in vigore (dovrebbe partire dal gennaio del 2019). È la tassa sul reddito dell’imprenditore e si applica su soggetti individuali, società in accomandita semplice, società in nome collettivo e tutte le SRL che hanno scelto la trasparenza fiscale. Prima dell’avvento dell’IRI ogni imprenditore individuale versava l’IRPEF secondo le aliquote viste in precedenza. Ora invece si è stabilito un valore fisso del 24%, parificando tutti i redditi di impresa. È bene precisare che l’IRI si paga solo sul reddito lasciato nell’impresa, mentre la parte prelevata dagli utili è sempre tassata con le aliquote IRPEF.

L’IRAP è invece l’imposta regionale sulle attività produttive entrata in vigore a partire dal 1997 sempre grazie al decreto legislativo n.446. Questa tassa ha sostituito una serie di tributi tra cui le allora famose ILOR e ICIAP. Come si evince dal nome è una tassa che finisce in minima parte nelle casse dello Stato, rimanendo per il 90% alle regioni. Il gettito è utilizzato dal 2008 per finanziare il Fondo Sanitario Nazionale gestito dalle Regioni. L’elemento di riferimento per il calcolo dell’IRAP è il fatturato, mentre l’imponibile varia a seconda del settore in cui opera l’azienda. L’aliquota può cambiare ogni anno in base alle decisioni prese dal Governo. L’ultima legge finanziaria ha stabilito l’aliquota l’IRAP al 3,90% diminuendola dalla precedente aliquota del 4,25%. Le Regioni hanno la possibilità di aumentare ulteriormente tale valore con un incremento massimo dello 0,92%.

L’IRES è l’imposta sui redditi della società. La base imponibile si ottiene sottraendo i costi deducibili dai ricavi. Il calcolo non è così semplice ed immediato visto che non tutti i costi sostenuti dall’azienda si possono dedurre. È la Legge di Bilancio che stabilisce l’aliquota, che per il 2017 è stata fissata al 24% rispetto al 27,5% precedente. L’IRES è un tributo da versare attraverso il meccanismo del saldo e degli acconti. In fase di dichiarazione dei redditi verrà determinata l’imposta a cui si potranno sottrarre gli acconti pagati l’anno precedente. Il versamento avviene il 30 giugno in cui si paga il saldo dell’IRES sul reddito dell’anno precedente e il primo acconto per l’anno in corso. Il secondo acconto dovrà essere elargito entro il 30 novembre dello stesso anno.

L’IMU è l’imposta comunale sugli immobili che va a gravare sul patrimonio immobiliare. Un’azienda dovrà versare un tributo in base agli immobili strumentali in possesso (fabbricati industriali, capannoni, uffici, ecc). Il calcolo è quanto mai complicato facendo riferimento principalmente alle categorie e alle rendite catastali dei singoli immobili di proprietà dell’impresa.

Insieme all’IMU c’è la TASI: tributo comunale per i servizi indivisibili. Si calcola sulla base imponibile della rendita catastale dei fabbricati e varia a seconda delle decisioni prese dai singoli Comuni. In alcuni casi le amministrazioni locali non applicano questa imposta.

Queste sono le voci che maggiormente incidono sui tributi da versare all’erario. La lista però non finisce qui essendoci altre tasse da aggiungere come la TARI: è l’imposta sui locali e aree scoperte che producono rifiuti urbani. Ha sostituito le precedenti e criticate TARSU, TIA e TARES. La tariffa varia a seconda del tipo di utenza ed è composta da una quota fissa (determinata sui costi di esercizio, modalità del servizio, smaltimento e metri quadri dell’immobile) e da una quota variabile stabilita in base alla quantità di rifiuti prodotti.

Altra tassa che possiamo definire “minore” è quella sulla pubblicità. Viene stabilita da normative comunali, ed è quindi necessario informarsi, nei preposti uffici municipali, in quali casi il tributo è dovuto e il suo ammontare. In linea di massima si applica sulle insegne, cartelli, striscioni, targhe (anche per studi professionali come medici, avvocati, notai, commercialisti, ecc) e per qualsiasi altro mezzo pubblicitario che abbia dimensioni pari o superiori a 300 centimetri quadri. Non è prevista alcuna imposta per il volantinaggio, cartelli che indicano la direzione con il nome dell’azienda o attività commerciale, e per cartelli a doppia faccia posti sui marciapiedi.

Proseguiamo questa carrellata sui tributi applicabili ad una attività imprenditoriale parlando del diritto annuale alla CCIAA che rappresenta la tassa versata dalle imprese alla Camera di Commercio di competenza. Un contributo che ogni anno versano tutte le società iscritte al Registro delle Imprese e i soggetti iscritti al REA. Il decreto MISE dell’aprile 2018 ha stabilito un aumento del 20% del diritto camerale. Le imprese individuali e i soggetti iscritti al REA versano un importo fisso mentre le società semplici, società di capitali, cooperative e consorzi pagano una quota di questa tassa in base al loro fatturato. In questo caso gli scaglioni partono da un fatturato IRAP compreso tra 0-100mila euro (imposta dovuta di 200 euro), per arrivare a fatturati di oltre 50milioni di euro con una CCIAA fissa di 2.815 euro, a cui aggiungere lo 0,01% della parte eccedente il limite per un’imposta massima di 40mila euro.

Un accenno merita anche l’IVA. L’imposta sul valore aggiunto è presente in moltissimi Paesi che si applica in ogni fase della produzione, anche per lo scambio di beni e servizi. L’IVA da versare nelle casse dello Stato è il risultato tra la differenza di quella a debito (sulle vendite) e quella a credito (sugli acquisti). In realtà questo tributo incide solo nelle tasche dell’acquirente finale e non sull’azienda che si limita a scorporare e versare la cifra dovuta. Per quanto riguarda l’aliquota ordinaria è del 22%, con aliquote ridotte del 4% e 10% per beni di consumo e altri servizi.

 

Le trattenute sulla busta paga dei lavoratori dipendenti

Altro costo ingente per un’azienda sono gli eventuali stipendi erogati. Quando si dice che in Italia un imprenditore deve versare nelle casse dello Stato una cifra lorda pari al doppio del netto in busta paga, non è un’affermazione demagogica, ma la pura realtà.

Il cosiddetto “cuneo fiscale”, ovvero la differenza tra retribuzione effettiva del lavoro dipendente e costo del suo lavoro, è molto elevato in Italia.

Basta semplicemente osservare qualsiasi busta paga e confrontare la cifra netta con quella effettivamente versata dall’azienda, per rendersi conto che il livello di tassazione è, sempre, ben oltre i 40 punti percentuali.

Giusto per fare un esempio: un dipendente con un netto di 1700 euro costa all’azienda oltre 3200 euro: allo stipendio netto infatti, ogni impresa, deve aggiungere: i contributi INPS, l’IRPEF, le addizionali regionali e comunali, l’INAIL e altre trattenute a seconda della tipologia o del settore in cui l’impresa opera.

 

Esempio di quante tasse può pagare un’azienda in Italia

Per rendere ancor più chiara la situazione basta fare un semplice esempio: prendiamo una società con un unico socio ed amministratore che in un anno ha fatturato 100mila euro in servizi. Su tale cifra deve essere scorporata l’IVA al 22% portando la base imponibile a circa 82mila euro.

A questo valore bisogna applicare il 24% di IRES (esborso 19.680 euro) e il 3,9% di IRAP (esborso di 3.198 euro). È necessario poi aggiungere i contributi INPS che il soggetto in qualità di unico proprietario e amministratore deve versare, con una cifra attorno ai 18mila euro.

A conti fatti degli 82mila euro iniziali l’imprenditore finisce con l’intascarne poco più di 40mila. Tutto questo senza considerare eventuali tasse rifiuti, imposta sulla pubblicità e IMU nel caso fosse anche proprietario dell’immobile dove svolge l’attività.

La situazione di certo non migliora di certo in aziende che hanno dei dipendenti, le quali dovranno fare i conti anche con il costo del lavoro che in Italia è davvero assurdo!

 

Le difficoltà di fare impresa in Italia

Fare impresa in Italia è già di per sé molto complicato vista la rapida evoluzione di un mercato sempre più globalizzato con Paesi che sfruttano i lavoratori, non tutelati come nel nostro Paese, per essere decisamente più concorrenziali.

Un sistema che, se da una parte offre grandi opportunità a chi decide di trasferirsi all’estero e in determinati Stati, dall’altra aumenta in modo esponenziale la concorrenza, anche sleale, e riduce i margini di guadagno per gli imprenditori Europei in genere.

Purtroppo, in tutto questo, l’Italia non offre certo le condizioni migliori per attirare l’imprenditoria mondiale, con l’opprimente imposizione fiscale che rappresenta un ulteriore fardello ed sempre più spesso la causa della chiusura di aziende in difficoltà oppure finisce col dissuadere i giovani con idee imprenditoriali ad aprire la propria azienda nel “bel Paese”.

Creare una nuova società, qui, rappresenta un vero e proprio atto di coraggio, sapendo che si dovrà sottostare ad un livello di tassazione che può anche superare il 60%.

L’argomento della pressione fiscale diventa di estrema attualità nel momento in cui si entra in campagna elettorale. Una questione che viene sempre sfruttata dai politici per accaparrarsi la benevolenza dell’elettorato.

Decenni di promesse puntualmente smentite dai fatti con un’imposizione fiscale, nel complesso, sempre crescente. Non è tempo di credere alle promesse, è necessario rimboccarsi le maniche e conoscere tutte le strategie che possono consentire agli imprenditori e a tutti i contribuenti in genere di abbattere il proprio carico di imposte in modo onesto e legale, perchè è possibile pagare il giusto prezzo, solo se si scelgono le vie giuste o ci si affida alle persone adatte.

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